URBANiA è alchimia tra metodo, forma e contenuto, fotografia di alcuni
degli infiniti paesaggi di una città apparentemente lineare, una città dai
toni cupi ma non austera, più ignorata che "invisibile" , dove il grigio
della vallata, con le sue sfumature verso il bianco e il nero, fa da
padrone come un incessante rumore di fondo in cui spiccano
secche note di rosso.

Anni sono rimasto a girare per le vie di questa città
e solo il caso mi ha permesso di scoprire che
la sua particolarità non è né nella pianta né nelle architetture,
né nella sua posizione di passaggio né nella sua immutabilità.

Ho percorso le strade che scendendo dal piano rialzato portano al pinnacolo,
da sopra la vallata ho visto le forti paratie corrose dal tempo lottare contro la gravità,
ho percorso tutte le strade di Urbania, ho studiato le geometrie
delle grandi vie di comunicazione e ho vagato per i vicoli che i ragazzini usano
per scappare dalle madri, ho visto i vasti campi che d'estate
si tingono di pennellate di grano, ho salito la scala a chiocciola del pinnacolo e da solo,
come si usa fare, sono entrato nella sala del gran consiglio, dove ho potuto osservare
le sue grandi vetrate e l'oscuro paesaggio che sono capaci di mostrare:
attraverso quei vetri, come per marcare il senso di appartenenza alla città,
il paesaggio si tinge di due sole tonalità di colore.

Tutto ciò che appartiene alla città, gli edifici, le piante, gli animali e gli uomini
si tingono di rosso, i colori scompaiono e con loro si perde molto del significato
delle cose. Gli oggetti si mimetizzano come camaleonti che si adattano alla
vegetazione e tutto appare come un'enorme scenografia che tenta di nascondersi,
più che di farsi notare. I movimenti scompaiono e della città poco rimane se non
vaghe linee geometriche che, anche se schiarite dal sole,
non permetterebbero neanche di girare a tentoni.

Alzando lo sguardo la sensazione è la stessa, solo il colore cambia, e forse
non è neanche giusto parlare di colore: tutto ciò che è esterno alla città
e circonda il perimetro del territorio urbanizzato si tinge di grigio,
e delle sue sfumature verso il bianco e il nero.

Anni sono rimasto a girare per le vie di questa città e solo il caso mi ha permesso di scoprire che la particolarità di URBANiA è negli occhi dei suoi abitanti. Lì è il segreto che loro ignari si tramandano. E ho riso quando l'ho capito. Sono tornato nella sala del gran consiglio e per ore ho giocato guardandomi intorno, guardando la città attraverso le grandi vetrate per poi soffermarmi sui particolari della stanza. Distoglievo lo sguardo dagli ampi vetri rossogrigi e guardavo i colori del pavimento, i colori dei marmi variegati, i colori dei mobili intarsiati, i colori dei drappi vellutati che scendono lenti dal soffitto e il grosso quadro che sovrasta l'intera sala. Forse avrei dovuto capire prima, che quello che stavo facendo, il popolo di URBANiA non poteva farlo. Avrei dovuto capire prima che il panorama, generato con sconosciuti artifizi nella sala del gran consiglio, non era solo un primordiale strumento di pianificazione; qualcuno, prima della nascita della città, prima della nascita dei suoi cittadini, forse il costruttore stesso di quell'enorme vallata, aveva lasciato un segno perché i viaggiatori potessero capire che per il popolo di URBANiA i colori non esistono: ai loro occhi ciò che è nella città si tinge di rosso, mentre ciò che è fuori dalla città si tinge di grigio, e delle sue sfumature verso il bianco e il nero. Anni sono andato e venuto da questa città, seguendo la via del mare, tornando ai miei doveri per il sol piacere di farmi nuovamente tentare da lei. Una cosa avevo capito: dalla città di URBANiA "i viaggiatori tornano con ricordi confusi, perché essa racchiude ciò che è accettato come necessario mentre non lo è ancora, e ciò che è immaginato possibile e un minuto dopo non lo è più".

Filippo Bonazzi
virgolettato: da Italo Calvino, "le città invisibili"